Repressione e censura. La svolta autoritaria dell’Ecuador

Una protesta pacifica repressa con brutalità, i leader del movimento indigeno arrestati, una giornalista straniera espulsa – e una raffica di decreti liberticidi: l’Ecuador vive una involuzione autoritaria.

Il 13 agosto il centro di Quito, in Ecuador, è stato invaso da una pacifica protesta. Un paro nacional: ha riunito sindacati, insegnanti, medici, e i movimenti indigeni giunti nella capitale ecuadoregna dopo una marcia di 800 chilometri attraverso il paese. Circa centomila persone nella capitale, molte altre nelle altre città del paese, forse la più numerosa protesta mai vista contro le politiche economiche del governo.

Quel giorno però la polizia antisommossa è intervenuta in forze, ha caricato brutalmente i manifestanti, fermato centinaia di persone. A Quito ha picchiato e arrestato i leader del movimento indigena, tra cui Salvador Quishpe, prefetto della provincia di Zamora Chinchipe (dove era cominciata la marcia del movimento indigena), e Carlos Pérez Guartambel, avvocato e presidente dell’organizzazione Ecuarunari.

Repressione e arresti hanno rilanciato le accuse di autoritarismo verso il presidente Rafael Correa, che pure è annoverato tra i governi di sinistra emersi nell’ultimo decennio nel continente latinoamericano. Insomma: che succede in Ecuador?

La polizia arresta una giornalista straniera e un leader indigena a Quito, 13 agosto 2015

La polizia arresta una giornalista straniera e un leader indigeno a Quito, 13 agosto 2015

La domanda ormai travalica lo stesso Ecuador. Anche perché quel giorno la polizia ha malmenato e arrestato una ricercatrice e giornalista franco-brasiliana, Manuela Picq Lavinas: era nel corteo insieme al suo compagno, Carlos Pérez, il leader di Ecuarunari.

Sui media ecuadoregni circola il video che mostra la polizia mentre li circonda, si accanisce con i manganelli, li trascina via.

«Dapprima la polizia ha negato di avermi picchiata. Poi hanno detto che siamo stati noi ad attaccare gli agenti: ma quel video parla chiaro», mi ha detto Manuela Picq il 18 settembre, di passaggio a Roma.

Picq viveva da 8 anni in Ecuador; insegna relazioni internazionali all’Università San Francisco di Quito, studia i movimenti femministi e indigeni. Quel giorno, racconta, lei è stata separata dagli altri e portata al ministero dell’interno. «Quando ho chiesto di contattare il console brasiliano mi hanno trasferito in ospedale. Ma hanno avviato le procedure di espulsione», racconta.

La cosa ha fatto scalpore, con quella faccia piena di lividi spiattellata sui giornali. «Credo che mi abbiano preso di mira per colpire Carlos, punirlo del suo attivismo politico», dice Picq. Lui e gli altri leader indigeni sono stati rimessi in libertà dopo poche ore; lei è stata rinchiusa in un centro di detenzione per migranti. Il 17 agosto, quando è comparsa in tribunale, erano ormai circolate petizioni contro la sua espulsione, migliaia di accademici di tutto il mondo avevano firmato a suo sostegno. Le Monde ha scritto che in Ecuador regna l’arbitrio, la Cnn ha inviato i suoi reporter. Sotto i riflettori, la giudice non ha convalidato l’espulsione: anzi ha decretato che non c’era base legale per allontanarla, che la detenzione era arbitraria e la cancellazione del visto illegale. «Abbiamo festeggiato. Ma la giudice ha lasciato al governo la decisione finale sul mio visto». E il governo, che accusa Picq di aver abusato del visto accademico per fare attività politica, lo ha revocato. La giornalista-accademica-attivista è stata costretta a partire («ho deciso che senza più un legale visto sarei partita prima di farmi deportare»); il 18 settembre la sua richiesta di un nuovo visto è stata formalmente respinta. Del resto, duecento persone arrestate durante la marcia del 13 agosto sono ancora agli arresti.

La «rivoluzione cittadina» e la «rielezione indefinita»

La repressione di quella pacifica protesta ha messo in mostra la natura autoritaria del governo di Rafael Correa, sostiene Manuela Picq.

I segnali sono inequivocabili. Da un lato, le proteste sociali si moltiplicano. Sindacati e movimenti indigeni protestano contro le leggi sul lavoro considerate ingiuste, il taglio delle pensioni, le nuove leggi sull’acqua e la terra: ma il governo risponde con mano dura, «non tollera alcun dissenso», accusa i movimenti sociali di cospirare contro lo stato.

D’altra parte, il governo sta spingendo una raffica di emendamenti costituzionali che, tra l’altro, sanciranno la “rielezione indefinita” di pubblici ufficiali, in particolare del presidente, oltre a eliminare il limite dei due mandati. Insomma, il presidente Correa potrà ricandidarsi per la terza volta e farsi rieleggere per sempre.

L’involuzione autoritaria della “rivoluzione cittadina” di Rafael Correa (questo era il suo slogan, quando è stato eletto la prima volta nel 2006) non è cominciata oggi. Alcuni la rintracciano già nel dibattito sulla nuova Costituzione approvata nel settembre 2008 dal parlamento ecuadoriano, una “Magna Carta” che riconosce ampi diritti di cittadinanza ai popoli indigeni, codificando ad esempio il diritto alla natura, all’acqua, alla terra. Era stato ben Correa a volere la costituente, ma già un anno dopo il suo governo ha messo sul tavolo leggi che limitavano quei principi. Le prime tensioni con la leadership indigena sono apparse allora.

A chi appartengono l’acqua e la terra

Le prime proteste infatti risalgono al 2009, quando il governo ha proposto una Ley de Aguas che permette di privatizzare la gestione idrica. La Confederazione dei popoli indigeni dell’Ecuador (la Conaie) e del partito indigenista Pachakutik hanno cominciato a mobilitarsi.

agosto 2015, marcia dei popoli indigeni dell'Ecuador

Agosto 2015, marcia dei popoli indigeni dell’Ecuador

Poi è venuta la Ley de Tierras, con cui il governo vuole sancire il proprio potere di cambiare la destinazione di un territorio per motivi di sicurezza o di “interesse nazionale” – ad esempio il potere di autorizzare concessioni petrolifere in una zona protetta o in un territorio nativo (come ha fatto nel caso della Riserva Yasuni). «Insomma: poco a poco il presidente Correa ha introdotto una serie di “eccezioni” per rafforzare i poteri dell’esecutivo», osserva Picq.

Le due leggi sono restate in ballo per anni, in un lungo braccio di ferro politico con i movimenti sociali. La posta in gioco è fin dove arriva la sovranità delle comunità native sulle risorse naturali dei rispettivi territori: questione fondamentale, in un paese che vive delle sue materie prime, miniere sulle montagne andine e soprattutto i giacimenti di petrolio della selva amazzonica – cioè nelle regioni abitate da popolazioni native.

Non è un caso che la marcia del movimento indigeno, il 2 agosto, sia cominciata proprio nella regione del sud dove contadini e comunità native Shuar e Achuar sono in rivolta contro grandi concessioni minerarie, quelle di Zamora Chinchipe e Azuay. Il movimento indigeno accusa il governo Correa di svendere il paese e dare generose concessioni minerarie e petrolifere in modo illegale, senza la “consulta previa” prevista dalla Costituzione.

Né è questo l’unico conflitto sociale a cui si confronti il governo: anche perché i programmi di redistribuzione sociale sono ormai risicati, il crollo del prezzo del greggio ha lasciato le casse dello stato in crisi e un paese indebitato (primo creditore è la Cina), mentre la concentrazione della terra è aumentata.

Sciopero nazionale a Quito, 13 agosto 2015

Sciopero nazionale a Quito, 13 agosto 2015

Oggi molti, a sinistra, accusano il presidente Correa di non aver fatto gli investimenti strutturali che si era proposto, quando il reddito del petrolio era alto, proseguendo invece su un modello di economia dipendente dalle sue risorse primarie.

Altri sostengono che la dollarizzazione (nel 2000 l’Ecuador ha adottato il dollaro Usa come valuta) è insostenibile.

 

Il fatto è che al dissenso il governo ha risposto con leggi d’eccezione. Amnesty International lo denunciava già in una indagine compiuta tra il 2009 e il 2011, dove parlava dell’uso di arresti e incriminazioni infondate contro indigeni e contadini in Ecuador per reprimere i movimenti sociali.

La svolta autoritaria

La svolta è stata ancora più chiara nel 2013, quando il governo ha fatto approvare la legge (il Decreto 16) che limita la libertà di associazione. «E’ cominciato un vero e proprio assedio giuridico contro le organizzazioni della società civile», dice Manuela Picq. Registrare un’associazione è divenuto molto complicato, il governo controlla statuti e fondi, e può sciogliere associazioni che non si attengono alle linee guida: ad esempio le associazioni hanno il divieto di “fare politica” o di usare per “finalità politiche” i fondi ricevuti da istituzioni straniere («se un’associazione critica una decisione del governo in materia ambientale, ad esempio, dicono che “fa politica” ed è illegale»).

Si aggiunga la riforma del Codice penale, che criminalizza la resistenza (così che ora attivisti e manifestanti possono essere accusati di terrorismo, attività contro lo stato, complotto). E poi la Ley de Comunicación, che ha limitato in modo pesante la libertà di espressione: negli ultimi anni si contano decine di giornalisti multati e testate chiuse. L’associazione Fundamedios, che monitora la libertà di espressione in Ecuador, parla di una escalation di attacchi a giornalisti e comunicatori sociali: ma ora il governo accusa Fundamedios di “fare politica”, e ne ha ordinato lo scioglimento. Il mese scorso poi era emerso che il governo fa spiare gli oppositori.

«È un assedio permanente», sostiene Manuela Picq. Il governo usa la strategia di criminalizzare gli oppositori: lei la chiama lawfare, “guerra giuridica”: «Ti appioppano accuse pesanti, così devi pensare a difenderti. Poi magari le accuse cadono, ma intanto oppositori e dissidenti hanno dovuto mettere tutte le proprie energie della difesa legale. E se alcuni dirigenti hanno gli strumenti per combattere, gli attivisti di base, i campesinos, i nativi nella selva, sono schiacciati. Così puniscono alcuni per intimidire tutti gli altri, instillare la paura, spingere al silenzio».

Dunque l’Ecuador è divenuto un regime di arbitrio? Manuela Picq ne è convinta: «Nel mondo il governo di Rafael Correa ha goduto dell’immagine di un governo di sinistra, ma credo che molti, in particolare nella sinistra latinoamericana, abbiano cominciato ad aprire gli occhi». Bisogna capire cosa è andato storto in Ecuador, dice, anche perché «temo che sia un trend a cui soccomberanno altri paesi». Certo, nella critica a Correa «molti, a sinistra, sono trattenuti dal timore di cosa può venire dopo: la tradizione della destra in America Latina è feroce». Ma quando un presidente criminalizza il dissenso e cerca la “rielezione a vita”, diventa difficile difenderlo.

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Il 30 settembre l’Ambasciata dell’Ecuador ha chiesto di fare delle precisazioni, che pubblico qui di seguito:

Gentile Signora Forti:

Ritengo opportuno fare riferimento all’articolo: “Repressione e censura. La svolta autoritaria dell’Ecuador”, pubblicato il 20 settembre 2015, nel sito http://www.terraterraonline.org/, e nel quale si evidenziano varie opinioni riguardo una presunta repressione da parte del Governo dell’Ecuador alla quale lei chiama una “protesta pacifica”, avuta luogo lo scorso mese di agosto.

Nel testo, carico di opinioni personali e giudizi di valore, si assicura che le manifestazioni sono state “brutalmente represse.” Tuttavia, La invito, Sig.ra Forti, ad investigare un po’ più a fondo il tema ed osservare le varie fotografie, video ed informazione pubblica nelle quali si può vedere come individui armati con spranghe, pietre ed incluso bombe molotov attaccano poliziotti e militari il cui unico lavoro è quello di mantenere l’ordine. Mi permetto di informarla che le proteste che lei chiama “pacifiche” lasciarono come risultato più di 100 poliziotti ed una dozzina di militari feriti dai manifestanti. Allo stesso modo, giornalisti di mezzi statali e privati, che realizzavano le loro coperture sono stati vittime della violenza di persone senza scrupoli che si proteggevano nella presunta protesta pacifica.

Altresì, si fa menzione nella sua nota che vari sindacati e movimenti indigeni si sono uniti per manifestare contro il Governo dell’Ecuador; tuttavia, non si menziona che un altro gruppo maggioritario di cittadini ecuadoriani sono usciti per le strade per appoggiare il Presidente della Repubblica, Rafael Correa. Durante quattro giorni il Palazzo di Governo è stato protetto da migliaia di cittadini ecuadoriani che rivelarono il loro appoggio al Governo Nazionale e custodirono il rispetto al regime democratico nel paese.

Per quanto riguarda i casi della signora Manuela Picq e del signore Salvador Quishpe, ci sono referti medici che danno testimonianza riguardo l’integrità di entrambe persone non è stata violata in nessun modo. Nel caso della signora Piqc il suo visto di scambio culturale è stato revocato poiché le attività di attivismo politico che ha realizzato non rientrano nel contesto dei parametri propri di un visto di questo tipo. Il ruolo della signora Picq nelle proteste non è stato quello di una giornalista né ha risposto a nessun tipo di attività culturale; la signora Picq ha realizzato attivismo politico in modo violento.

In relazione all’ipotesi di persecuzione alla stampa, la informo che in Ecuador si rispetta la libertà di espressione e che i mezzi di comunicazione possono esercitare pienamente il suo diritto ad informare alla comunità, ma a sua volta debbono compiere la loro responsabilità di offrire informazione autentica ed obiettiva conforme lo stabilisce la Legge di Comunicazione che è in rigore nel paese dal 2013. Questa Legge ha come scopo evitare gli abusi che vari mezzi di comunicazione, legati ad interessi di potere economico, hanno compiuto durante decadi in Ecuador.

Finalmente, mi sorprende che si faccia eco delle asseverazioni che l’attuale Governo non ha realizzato investimenti strutturali in Ecuador. Durante gli ultimi 8 anni, il Governo di Rafael Correa ha realizzato i più grandi investimenti in materia sociale ed infrastruttura della storia dell’Ecuador e questi sono stati riconosciuti tanto a livello nazionale come internazionale.

Le notizie da me citate sono ampiamente riferite dalla stampa ecuadoriana e internazionale, da organizzazioni per i diritti umani, e da numerose testimonianze. (marina forti)

@fortimar