Padre Stan Swami a Bagaicha, la sua comunità

India: proteste dopo l’arresto di Stan Swami, il gesuita che difende i “tribali”

Ha suscitato molte proteste in India l’arresto di Padre Stan Swamy sj, un sacerdote gesuita noto per la sua difesa dei diritti delle popolazioni indigene nello stato nord-occidentale del Jharkhand. L’Agenzia di investigazione nazionale (Nia) l’ha arrestato l’8 ottobre con l’accusa di essere un membro del partito armato maoista, di sedizione e di terrorismo.

Protesta per la scarcerazione di Stan Swami a Ranchi, capitale del Jharkhand, ottobre 2020
Protesta per la scarcerazione di Stan Swami a Ranchi, capitale del Jharkhand, ottobre 2020

Stan Swami era da tempo nel mirino delle agenzie di sicurezza dello stato. Da decenni “è impegnato a difendere i diritti degli Adivasi, soprattutto quelli sull’uso delle loro terre ancestrali, e ciò potrebbe essere andato contro gli interessi di alcune persone”, scrive in un appello monsignor Felix Machado, segretario generale della Conferenza episcopale indiana (tradotto dall’agenzia AsiaNews) .

Nelle ultime settimane altre 16 persone sono state arrestate con accuse simili, inclusi i noti difensori dei diritti umani Arun Ferreira e Sudha Bharadwaj, entrambi avvocati, e Vernon Gonsalves e Varavara Rao, scrittori. Secondo i difensori dei diritti umani si tratta di una gigantesca montatura. Padre Stan Swami, 83 anni, è stato trasferito in custodia giudiziaria a Mumbai fino al 23 ottobre. I suoi difensori affermano che è stato “messo davanti a prove manipolate”.

Due giorni prima del suo arresto, Stan Swami in una conferenza ripresa in video aveva parlato tra l’altro del suo lavoro su sradicamento e alienazione delle terre e dei diritti dei gram sabhas (tradizionali organismi rappresentativi locali), e della sorte degli Adivasi in carcere. Aveva contestato gli arresti “indiscriminati” di migliaia di giovani nativi definiti “maoisti” solo perché “mettono in dubbio e resistono all’ingiusta alienazione e sradicamento dalle terra”. Questo, diceva lo stesso Stan Swami, potrebbe essere il motivo principale per cui è stato messo sotto accusa – e infine arrestato.

Avevo incontrato Padre Stan Swami nel 2011 durante un lungo soggiorno in Jharkhand (di cui ho poi riferito nel libro “Il cuore di tenebra dell’India”, Bruno Modadori, 2012). Per chi desidera conoscere meglio questo gesuita ottantatreenne, ecco il racconto di quei colloqui. (Marina Forti)

@fortimar

Un achra per la giustizia

Si chiama Bagaicha, parola che significa più o meno «comunità», luogo comune. Palazzine color mattone, basse, disposte attorno a grandi aiuole e a uno spazio circolare delimitato da due piccole gradinate per sedersi: riproduce un achra, che nei villaggi indigeni di questa regione è lo spazio dove la comunità si riunisce per discutere e arrivare a un consenso sulle decisioni comuni. «Consenso, non maggioranze e minoranze», sottolinea padre Stan Swami sj, l’anziano gesuita che ha dato vita a questo spazio di attivismo sociale a Namkun, sobborgo alle porte di Ranchi, capitale del Jharkhand. Giurista di formazione, Swami è una figura nota nella difesa dei diritti umani in questo stato. La comunità Bagaicha è nata dall’ondata di attivismo intellettuale e sociale che si era coagulato nel movimento per il Jharkhand, mi spiega. Era un momento di grandi aspettative, «gli attivisti di orientamento progressista sentivano il bisogno di creare un luogo comune e anche la chiesa voleva essere parte dello scenario di cambiamento sociale». Stan Swami era convinto però che servisse un luogo diverso dalla chiesa: «Serviva uno spazio non strutturato, aperto ai giovani delle comunità adivasi, ai dalit (fuoricasta), ai movimenti popolari in genere». Ne convinse i Provinciali dei gesuiti, che approvarono la sua idea: così è nato questo luogo, dove padre Stan Swami fa un attivo lavoro di consulenza legale e di informazione sui diritti delle popolazioni native, oltre a ospitare incontri e consultazioni popolari.

La battaglia contro l’espulsione dalle terre è presto emersa come questione dominante, mi dice un pomeriggio di dicembre, sulla balconata della palazzina che ospita gli uffici della comunità, le sale di riunione e la stanza che costituisce il suo alloggio. «Eravamo ormai nel 2005, il governo del Jharkhand aveva firmato decine di Memorandum d’intesa con aziende che volevano avviare attività minerarie e industriali: e in questi accordi non c’era mai la minima menzione alle persone che avrebbero perso la terra. Liquidati con qualche centinaio di migliaia di rupie, una somma una tantum che finisce in fretta, e basta. Molti hanno cominciato però a protestare, sono sorti numerosi movimenti di resistenza, poi alcune reti di coordinamento. Noi abbiamo espresso solidarietà a questi movimenti, ma non basta esprimerla a parole: quando c’era una battaglia, proteste, assemblee, noi andavamo in prima persona. Le reti di coordinamento diventavano il catalizzatore, i diversi movimenti si rafforzavano l’un l’altro. Io sono stato arrestato due volte in occasione di proteste di massa». Insiste: il governo e le imprese presentano ogni nuovo progetto industriale o minerario come grandi occasioni di sviluppo, promettono investimenti e posti di lavoro, «parlano di miliardi di rupie come se dovessero distribuire soldi a destra e a manca. Ma è ingannevole, la realtà è che le grandi promesse non vengono realizzate, e chi perde la terra, perde e basta». Padre Swami e i suoi collaboratori hanno cercato di diffondere la consapevolezza dei propri diritti nella popolazione nativa, ad esempio preparando sintesi in linguaggio comune delle leggi e  norme costituzionali che garantiscono il diritto dei nativi alla terra, dalla Chota Nagpur Tenancy Act del 1906 fino all’ultima legge sull’autogoverno delle comunità native.

«Considera che su oltre cento memorandum d’intesa firmati finora dal governo del Jharkhand, solo tre aziende sono riuscite ad acquisire la terra per mandare avanti i progetti: e dove sono riuscite è stato soprattutto con un misto di inganno e minacce, mandando i loro goondas, picchiatori prezzolati, a terrorizzare la povera gente. Prendi il caso di Arcelor Mittal, che chiedeva quasi cinquemila ettari di terreno in una zona di popolazione munda: gli abitanti si sono mobilitati, e non era un’opposizione organizzata dai partiti ma un movimento nato dal sistema tradizionale delle comunità native, con leader locali. Sta di fatto – aggiunge il gesuita con un raro sorriso – che anche un gigante come Arcelor Mittal ha dovuto rinunciare».

Qui spesso arrivano giovani dai villaggi rurali, continua padre Stan Swami: «Hanno sempre tanto da raccontare, raccontano per ore. Gli diciamo: “scrivete”, dobbiamo raccogliere tutte queste storie. Loro non sono abituati a scrivere, perché quella indigena è soprattutto una cultura orale; allora abbiamo cominciato a addestrarli, dare delle linee guida: quando succede qualcosa nei vostri villaggi compilate questi fogli, spiegate cosa è accaduto. Ora raccoglieremo questa documentazione. E’ importante che queste persone, le persone comuni, siano equipaggiate in senso emotivo e sociale a lottare per i propri diritti».

Quando gli chiedo del movimento maoista, padre Stan Swami scuote la testa. La presenza maoista non era così rilevante fino a una decina d’anni fa in queste zone, dice: nulla più che piccoli gruppi. «Guarda il quadro d’insieme. Qui ci sono grandi giacimenti minerari e diversi grandi gruppi industriali che premono per investire. Con l’ossessione di crescita che c’è in India, il governo ha cominciato a dire che “il movimento maoista impedisce lo sviluppo della nazione”». Lo sviluppo («parola usata a vanvera», dice Swami) è basato sull’industria mineraria e le industrie relative, e qui siamo proprio nel cuore delle ricchezze minerarie dell’India. «Insomma, come eliminare l’ostacolo che “blocca” lo sviluppo? Ecco che sono cominciate le varie offensive militari, a cui i maoisti hanno risposto. E il vero scopo di queste operazioni non è combattere i maoisti ma prendere il controllo della terra, ripulirla dagli abitanti nativi». Swami cita l’operazione Green Hunt, poi quella chiamata Anaconda tra i villaggi della foresta di Saranda: lui ha partecipato al primo sopralluogo compiuto insieme ad altri difensori dei diritti umani nella zona ancora assediata dalle forze di sicurezza. «Durante queste campagne sono gli abitanti dei villaggi ad avere la peggio. L’intera foresta di Saranda è stata dichiarata terrorist affected, “zona affetta da terrorismo”, e messa in stato d’assedio. I militari vanno a tartassare i villaggi, terrorizzano la popolazione, chiedono “dove sono i naxaliti” e accusano gli abitanti di nasconderli. Ogni sorta di abuso è commesso in nome della lotta ai maoisti. Quando sentiamo la notizia di un encounter nelle zone rurali andiamo a vedere, a parlare con gli abitanti della zona, raccogliere testimonianze. Spesso queste contraddicono la versione della polizia, e allora passiamo la nostra indagine alle autorità del governo, che invariabilmente promettono un’inchiesta ufficiale. Non succede nulla, ma almeno sanno che esiste un monitoraggio indipendente».

 «Nell’immediato non vedo fine alla violenza, da nessuna delle due parti», continua Swami. «Nel lungo termine però sono convinto che la classe dirigente del paese dovrà riconoscere che la forza militare non può mettere fine al conflitto. L’anno scorso il ministro dell’interno dell’Unione, P. Chidambaram, ha dichiarato che “in cinque anni avremo spazzato via i naxaliti”. Fa ridere. La realtà è che un flusso continuo di adivasi aderisce al movimento maoista semplicemente perché non gli è lasciata scelta. Le forze paramilitari sono una presenza schiacciante, che incombe sui nativi. La violenza esercitata su queste regioni rurali è inimmaginabile: la polizia e i paramilitari entrano nei villaggi, devastano, terrorizzano, brutalizzano con la scusa di cercare i maoisti. Anche lo sfruttamento delle risorse naturali che gli appartengono è impressionante, e anche quella è violenza. E’ una sorta di grande inganno: la leadership politica indiana si illude che sia possibile una soluzione militare, ma il conflitto non avrà fine se non si andrà alla radice: la questione della giustizia».

Stan Swami precisa che con la parola «giustizia» non intende solo legalità e stato di diritto, ma giustizia sociale. Torna a parlare di espulsione dalla terra: un centro di studi sociali legato ai gesuiti stima che nell’attuale Jharkhand un milione e mezzo di persone abbia dovuto sfollare negli ultimi trent’anni, e l’80% non sia stato decentemente risistemato e risarcito, su una popolazione totale di circa 33 milioni (di cui il 27% adivasi e il 60% complessivo di «caste arretrate», caste basse e fuoricasta). Nei decenni passati interi villaggi adivasi sono stati spostati senza resistenza. Ma non è più così, «sono sorti numerosi movimenti anti-displacement, contro la cacciata dalla terra», spiega Swami.

Proprio nella regione di Saranda ho sentito attivisti chiedersi perché i maoisti non facciano campagna contro l’espansione delle compagnie minerarie nelle regioni adivasi. «È vero. Non si oppongono alle miniere: eppure dicono di battersi per i diritti dei tribali contro l’alienazione delle loro terre. I dirigenti ne parlano, ma sul terreno i maoisti non ostacolano gli imprenditori delle miniere, da cui invece estorcono denaro, protection money. Sono ben attenti a ogni nuova concessione o appalto concesso dal governo, perché ne ricaveranno dei soldi. Loro lo giustificano dicendo che devono sopravvivere e finanziare la loro lotta al fianco degli oppressi».

Padre Stan Swami aggiunge qualcosa, forse per spiegare la sua scelta di campo. La chiesa, dice, è stata troppo a lungo «spettatrice silenziosa». Questa è una delle regioni dove la minoranza cristiana è più presente, in India, e gran parte dei cristiani appartengono ai settori svantaggiati della società, adivasi e dalit, i fuoricasta. «In Jharkhand il 90 per cento dei cattolici è adivasi, gran parte dei preti e delle suore vengono dalle comunità native. Ma di fronte alle atrocità subite dagli adivasi nei villaggi, alla loro massiccia espulsione, la chiesa tace. Se i processi che abbiamo visto continuano, la pressione sulla gente comune con la scusa di combattere i naxaliti è destinata ad aumentare. E se la chiesa resta zitta, prima o poi gli adivasi si rivolteranno. La chiesa deve rompere il silenzio e unirsi ai movimenti popolari – altrimenti avrà fallito la sua missione. Gli adivasi se ne allontaneranno. Magari cederanno alla pressione delle forze dell’hindutvua*, che lavorano per dividere gli adivasi secondo l’appartenenza religiosa». Vuol dire quel movimento politico che vuole imporre in modo aggressivo l’ideologia della supremazia hindù? «Sì, stanno lavorando molto per guadagnare influenza tra gli adivasi. Usano la vecchia tradizione della “scuola di un solo maestro”,  eik guru, un sistema basato sulla relazione personale tra maestro e discepolo. Spendono molto per portare queste scuole nei villaggi, ovviamente con insegnanti che indottrinano i ragazzi, li convincono di essere hindu, cancellano dalla loro anima e dalla loro mente la cultura adivasi. È un processo silenzioso, nel lungo termine avrà effetti molto dannosi. Loro intendono questo per “assimilare i tribali nella mainstream India”». Riaffiora il tema delle trasformazioni della società adivasi: «Oggi la comunità adivasi a Ranchi è solidamente stabilita, per lo più classe medio-bassa con impieghi nella chiesa o nell’amministrazione pubblica, ed è assimilata. Ai figli non insegnano la lingua tribale ma l’hindi e casomai l’inglese», nota Stan Swami: «Gli adivasi di città hanno assorbito il pregiudizio dominante, considerano i cugini di campagna “tribu primitive”. Quando ci sono manifestazioni a Ranchi per qualche causa che riguarda gli adivasi, gli adivasi di città si contano sulle dita di due mani: si sono costruiti una vita di classe media e non vogliono rimetterla in questione, hanno perso le radici indigene».

Il punto, insiste il gesuita, resta la giustizia sociale. «Basta elargire qualche piccolo appezzamento di terra o regalare qualche bicicletta per dire che “lo sviluppo avanza”?», tuona Swami: «La legge sui diritti forestali del 2007 parla di accesso alle risorse in senso più complessivo – se solo fosse rispettata. Sviluppo rurale significa avere accesso individuale e collettivo a terra, foreste, acqua. Poterci lavorare, coltivare, raccogliere i frutti della foresta, avere accesso al mercato dove vendere questi prodotti a un prezzo equo. Questo significa vivere con dignità e rispetto di sé. Invece l’alienazione dalle loro terre continua, con la forza o con l’inganno, aggirando tutte le leggi che dovrebbero impedirlo».

«Finché continua l’esproprio degli adivasi, e finché continua la violenza contro di loro, non ci sarà soluzione pacifica. Vede, noi gruppi per i diritti umani siamo come un servizio di ambulanza: quando avvengono episodi di violenza andiamo a vedere, facciamo sopralluoghi, raccogliamo testimonianze, presentiamo querele in tribunale, diamo sostegno legale alle vittime di abusi: e questo è necessario. Ma difendere i diritti umani non basta, verrà il momento di battersi per la giustizia sociale, a partire dalla proprietà dei mezzi di produzione, l’accesso alle risorse, la dignità umana».

Davanti alla spartana residenza di Swami, affacciata sul achra della comunità, c’è una stele con i nomi degli eroi del Jharkhand: il primo è quello di un combattente adivasi del 1880; l’ultimo, aggiunto solo pochi giorni prima, è il nome di Valsa John, una suora cattolica che aveva lasciato la sua congregazione per lavorare in un villaggio di adivasi in una zona mineraria del Jharkhand: è stata uccisa nel novembre 2011, probabilmente da uomini delle mafie delle miniere contro cui si batteva. «Una martire degli oppressi», dice il gesuita. Poi sorride: «Non credo però che siamo in una situazione senza speranza. Coloro che sono nei villaggi resistono. Vogliono restare sulla propria terra, rivendicano un diritto sui minerali del sottosuolo. E’ ormai comune lo slogan “siamo i padroni della terra che abitiamo, foreste, acqua, minerali, e senza il nostro consenso non li tirerete fuori”. C’è una nuova presa di coscienza, un risveglio».

  • La parola hindutva, «hinduità», è il neologismo coniato negli anni ’20 del secolo scorso dai fautori  di un movimento per l’egemonia culturale e politica degli hindu sulle altre culture e religioni che convivono in India. Il movimento della hindutva include organizzazioni di carattere cultural-religioso e sociale, e ha un’espressione politica nel Partito nazionale indiano (Bjp), emerso sulla scena nazionale negli anni ’90 dopo un’agitazione culminata nella  distruzione di una moschea nella cittadina di Ayodhya, nella pianura del Gange, e in un’ondata di terribili violenze contro le minoranze musulmane.