Una centrale a carbone minaccia le mangrovie del Sundarbans

Una nave da carico con oltre 1.200 tonnellate di carbone è affondata sabato nelle acque del fiume Shela, nel delta del Gange, in Bangladesh. Per la precisione in pieno Sundarbans, straordinaria zona di corsi d’acqua, mangrovie, isole e fitta foresta tropicale affacciata sul Golfo del Bengala. La nave era salpata dal porto di Chittagong, sulla costa orientale del Bangladesh, ed era diretta a Jessore, in pieno delta, appena a nord del Sundarbans: il carbone era destinato a una fabbrica di mattoni. L’equipaggio è salvo. Il carbone invece è sott’acqua; questa domenica guardie forestali e militari stanno cercando di limitare il danno.

Quel carbone affondato tra le mangrovie ora provoca polemiche arroventate, perché quella zona dovrebbe essere protetta, invece è una via d’acqua molto trafficata. Non è neppure il primo incidente: nel dicembre 2014 una nave cisterna era affondata nello stesso fiume, disperdendo oltre 200mila litri di petrolio.

Sundarbans, sversamento di petrolio

Sundarbans, sversamento di petrolio sul fiume Shela

Il nuovo disastro sembra dare ragione alle centinaia di persone che proprio la settimana scorsa hanno partecipato a una marcia contro il progetto di costruire una grande centrale termica a carbone proprio al bordo del Sundarbans. L’hanno chiamata «lunga marcia»: partite da Dhaka, capitale del Bangladesh, hanno percorso 250 chilometri per raggiungere in varie tappe il distretto di Rampal, dove comincia il Sundarbans. Lo scopo, dicono, era fare abbastanza rumore e sollevare abbastanza attenzione da fermare il progetto di costruire proprio là una centrale a carbone. C’erano ambientalisti, attivisti sociali e militanti della sinistra del Bangladesh e anche della confinante India (circa il 40 per cento del Sundarbans, o circa diecimila chilometri quadrati, è in India; il resto in Bangladesh). Un’attivista indiana, Ayesha D’souza, ha poi diffuso questo resoconto fotografico.

Il Sundarbans è una meraviglia naturale, un luogo di straordinaria ricchezza biologica tra terra e acqua. Nel 1997 l’Unesco lo ha dichiarato «patrimonio dell’umanità» per il suo valore ecologico; India e Bangladesh hanno creato uno dei più grandi parchi naturali bi-nazionali. Quella foresta tropicale è l’ultimo habitat rimasto per la famosa «tigre reale del Bengala», uno dei più belli e minacciati tra i grandi felini. Tra quei corsi d’acqua vive anche il raro delfino del Gange. Ma il sundarbans è un ecosistema alla mercè del mare e dei cicloni che spesso spazzano il golfo del Bengala, tanto più spesso in questi tempi di cambiamento del clima (lo racconta in modo vivido lo scrittore indiano Amitav Ghosh nel suo Il paese delle maree). È anche una zona abitata da umani, agricoltori e pescatori, comunità rurali di estrema povertà che vivono sul limitare della foresta raccogliendo miele e legna, o pescano nell’intrico dei canali: il pesce è la principale fonte di proteine animali nella cucina bengalese. Infine, è anche una zona assediata da centrali termiche, fabbriche di cemento, attività industriali.

Pescatori nel Sundarbans

Pescatori nel Sundarbans

Dunque a 14 chilometri da dove comincia il Sundarbans dovrebbe sorgere una nuova centrale a carbone, la più grande in assoluto in Bangladesh. Sarà composta da due unità da 660 megawatt ciascuna, a regime brucerà ogni anno 4,72 milioni di tonnellate di carbone. L’India ha un ruolo in questa storia, perché è un progetto della Bangladesh India Friendship Power Company Limited, joint venture formata nel 2010 tra i due paesi (la centrale di Rampal è in ballo da allora, e le marce di protesta si susseguono da oltre due anni): la National Thermal Power Corporation indiana ha il 15 per cento della proprietà e un’altra azienda indiana, Bharat Heavy Electricals Limited (statale) ha appena vinto la commessa per la costruzione.

Che il Bangladesh abbia bisogno di produrre elettricità è certo: oggi circa un terzo della popolazione non ha accesso alla rete elettrica. Il paese possiede gas naturale, che attualmente è la sua principale fonte di energia. Per colmare il fabbisogno di elettricità però punta sul carbone, che dovrà importare. Ma la mega centrale rischia di dare il colpo finale a un ecosistema già minacciato dalla sovrappopolazione e assediato da inquinamento industriale, dicono i numerosi oppositori. «Non possiamo permettere che la più grande foresta di mangrovie al mondo venga distrutta da una centrale termica», ha dichiarato (alla France Presse) Ruhin Hossain, uno degli organizzatori della marcia. Il Sundarbans, diceva, «ci ha salvato da cicloni e piene ed è la nostra principale protezione dagli tsunami».

Il progetto della centrale di Rampal sta già costringendo centinaia di famiglie a sfollare, per lo più a forza, senza preavviso, e con risarcimenti che coprono appena metà del valore della terra espropriata, documenta un rapporto di South Asians for Human Rights, rete di organizzazioni per i diritti umani dell’Asia meridionale. Osserva poi che la nuova centrale porterà a intensificare l’uso di carbone in uno dei paesi più vulnerabili al mondo al cambiamento del clima; aumenterà a dismisura l’inquinamento atmosferico, e anche il concreto rischio di disastro, perché il carbone sarà portato alla nuova centrale attraverso i corsi d’acqua che tagliano la foresta. I fatti gli danno ragione.

«Da quello che sappiamo, il carbone arriverà a un porto costiero chiamato Akram Point su navi da 80mila tonnellate, e là sarà trasferito su chiatte più piccole, da 10mila tonnellate», spiega Ayesha D’souza, l’attivista ambientale indiana che ha partecipato alla marcia. Il traffico su quei corsi d’acqua è già intenso, dicono gli oppositori del progetto: ci mancano solo le chiatte di carbone.

@fortimar

2 thoughts on “Una centrale a carbone minaccia le mangrovie del Sundarbans

  1. Ma possibile che proprio i paesi più poveri abbiano anche i peggiori problemi ambientali?

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