Shell dice di aver bonificato il delta del Niger. Secondo Amnesty è falso

Quante volte Royal Dutch Shell si è impegnata a ripulire gli sversamenti di petrolio intorno ai suoi oleodotti nel delta del fiume Niger, in Nigeria. Anzi, quante volte ha dichiarato di aver ripulito, bonificato. Ma è falso, dice un rapporto diffuso da Amnesty International e dal Centre for Environment, Human Rights and development (Cehrd). Le due organizzazioni per i diritti umani sono andate a studiare quattro siti che Shell afferma di aver bonificato: e hanno trovato che invece sono ancora contaminati, terre e corsi d’acqua intrisi di petrolio.

Shell non ha ripulito o lo ha fatto solo superficialmente, si legge nel rapporto Clean it up: Shell’s false claims about oil spills in the Niger Delta. «Gli sversamenti di petrolio hanno un impatto devastante sui campi, le foreste, la pesca, da cui la popolazione del delta dipende per vivere»: così la compagnia petrolifera lascia «migliaia di donne, uomini e bambini esposti a terre, acqua e aria contaminate, a volte per decenni», accusa Mark Dummett, ricercatore di Amnesty (sul sito dell’organizzazione). Lo stato nigeriano è stato finora incapace di imporre e far rispettare delle regole, aggiunge Amnesty; l’ente nazionale per l’intervento sugli sversamenti di petrolio manca di mezzi e risorse – e continua a certificare come «pulite» zone visibilmente inquinate.

Le accuse delle organizzazioni per i diritti umani riprendono una vecchia storia.

Ripartono dall’indagine compiuta dall’Unep, il Programma dell’Onu per l’ambiente, tra il 2009 e il 2011: era il primo e per ora unico studio scientifico di ampio respiro condotto in una zona petrolifera del delta, l’Ogoniland, nello stato di Rivers. Esperti e scienziati avevano esaminato oltre 200 siti, analizzato campioni di terreno e d’acqua, monitorato oleodotti, esaminato falde idriche e tenuto migliaia di assemblee pubbliche con la popolazione.

Le conclusioni erano apocalittiche: il rapporto pubblicato nell’agosto 2011 diceva che molte zone, all’apparenza pulite, sono in realtà gravemente contaminate nel sottosuolo, e che numerose comunità bevono acqua contaminata con alti livelli di idrocarburi. Descrivevano falde idriche coperte da parecchi centimetri di petrolio (più leggero dell’acqua, galleggia), di sversamenti avvenuti anche parecchi anni prima. Parlava di intere popolazioni che bevono acqua contaminata da benzene, canali e acquitrini nerastri, terreni “asfaltati” – quando gli sversamenti avvengono a terra spesso poi si incendiano, lasciando una crosta di cenere e bitume si cui non ricresce nulla.

Lo studio dell’Unep è stato condotto su incarico formale del governo della Nigeria, e finanziato con 9,5 milioni di dollari da Royal Dutch Shell. C’era un motivo: l’Ogoniland è la regione dove la compagnia anglo-olandese ha operato dal 1958 e da cui si era ritirata nel 1993, quando le proteste locali contro devastazione e inquinamento erano sfociate in un movimento pacifico ma molto agguerrito. La giunta militare allora al potere aveva risposto con la repressione, e facendo impiccare nove attivisti tra cui lo scrittore Ken Saro-Wiwa: era esattamente vent’anni fa, il 10 novembre 1995. Una vergogna per la giunta militare, ma una vergogna anche per Shell – che parecchi anni dopo ha cercato di riparare finanziando lo studio, e mettendo dei soldi anche in una Authority per la bonifica.

Per questo il rapporto di Amnesty International e del Cehrd è tanto più importante: dice che dietro la facciata, la devastazione continua.

I ricercatori sono andati a guardare quattro dei siti altamente inquinati studiati allora dall’Unep, che però Shell dice di aver poi bonificato. Ma sono ancora visibilmente sporchi, e non a causa di nuovi sversamenti ma perché la bonifica è stata inadeguata.

In un sito, il Bomu Well 11, i ricercatori hanno trovato il terreno nero e strati di bitume nell’acqua, 45 anni dopo uno sversamento che Shell afferma di aver ripulito due volte, nel 1975 e nel 2012. In altri siti, pure certificati “puliti” dalle autorità nigeriane, terreno e acqua sono contaminati.

Shell ha 50 impianti di estrazione e 5.000 chilometri di oleodotti, da cui ammette di aver avuto 1.693 sversamenti dal 2007. Ma non ha affrontato il problema degli sversamenti, accusano le organizzazioni per i diritti umani, che significa anche «addestrare e controllare le aziende a cui appalta il lavoro». (Il rapporto cita uno di questi “contractors”: «È solo una copertura. Se scavi pochi metri trovi il petrolio. Noi ci limitiamo a scavare, portare altrove un po’ di terreno e ricoprire tutto di nuovo»).

Shell ha dichiarato di respingere gli addebiti, ma – dicono i ricercatori – non ha fornito dettagli.

Non è la prima volta che Amnesty accusa le compagnie petrolifere di inquinare il delta del Niger (Shell è di gran lunga la più grande, ma di recente l’organizzazione per i diritti umani ha puntato il dito anche sull’italiana Eni). Shell, come del resto Eni, ha sempre risposto che gran parte degli sversamenti sono causati dai sabotaggi e dai furti di petrolio, e dalla raffinazione illegale. Tesi contestata sia dall’Unep che dal nuovo studio.

Intanto la popolazione del delta paga tutte le conseguenze. «I nostri corsi d’acqua non ci sono più. La pesca non rende più nulla. I campi che dovrei coltivare sono devastati dal petrolio disperso. Non c’è pesce nei canali, e quello che piantiamo non cresce», dice un anziano contadino intervistato vicino a Bomu Manifold, un altro pozzo Shell: viveva di pesca e agricoltura, fino a quando nel 2009 c’è stato uno sversamento di greggio. «Quando la Shell è arrivata, promettevano che se trovavano il petrolio avrebbero trasformato i nostri municipi, che tutti sarebbero stati felici… Invece non ne abbiamo avuto nulla di buono». Peggio, ne hanno avuto solo danno.

 

@fortimar